Lo Zen e l’arte del costruire con il bambù

bambù

.La ricerca della nuova via sostenibile passa dalla riscoperta di un materiale antico, affascinate e “flessibile”. Un approccio nuovo apre la strada a un vecchio sapere – di Andrea Filippo Certomà

 

Al primo contatto con l’idea di una struttura in bambù, le reazioni non variano sensibilmente: siamo tutti sospettosi, incerti, curiosi forse, ma mediamente restii crederla “durabile”. La “mitologia orientale” ha cementato nelle nostre menti la canna di bambù come idioma di flessibilità. Per scostarci dalle nostre roccaforti di pietra acciaio e cemento, c’è una sola considerazione da fare: se ci fidiamo del legno nostrano, allora possiamo credere anche nella bontà di un legno così alieno ma comune. D’altro canto, alcune normative edilizie (come quella colombiana) considerano già il bambù come un materiale idoneo alla costruzione, e sarebbe strano il contrario, trattandosi a tutti gli effetti di un legno. L’incredibile durezza della canna cava appare surreale, salvo poi comprendere le ragioni geometriche e fisiche che la rendono tale. La graminacea dal collo lungo è già stata ponteggio, impalcatura, arredo, e rifinitura, e oggi a pieno titolo diventa struttura.

(per la versione integrale scarica gratuitamente lab2.0 Magazine #01)