Trullo, pittori, poeti e colori

.Accede un fatto insolito nella periferia romana: Qualcuno si muove di notte armato di pennello e muta il colore delle facciate. Al trullo ci sono i pittori anonimi: è acclarato, il loro lavoro è sotto gli occhi di tutti e richiama sguardi curiosi, da un bacino ogni volta più ampio, con un interesse sempre meno casuale — di Andrea Filippo Certomà

Sui trafiletti di cronaca leggiamo che il Trullo è stato colorato. La notizia viene ribadita, spiegata, elaborata, relegata nel “colore locale”. All’inizio era il giallo; il giallo spento, incostante e sbiadito delle periferie romane degli anni trenta. È la bicromia del fascio, delle aree urbane erette dalla torba in tempi record. È la periferia delle persiane verdi, delle palazzine a tre piani e del cuore di un Roma storica, perché nata dalla storia.

C’è chi c’è nato nel Trullo, a Ovest del Tevere, vicino al più famoso quartiere della Magliana. C’è chi se ne è separato ed è tornato molti anni dopo, trovando un paesaggio immutato e tenace. Un giorno ci sono stati i pittori anonimi del Trullo. È cominciata un’azione di spirito che si lascia facilmente travisare dalle trame romanzesche del giornalismo di cronaca. Chiamare crociata, missione, quello che fanno è un facile trabocchetto enfatico, che priva tutta la vicenda di un carattere che la definisce nelle intenzioni, nei modi e nella forma. ”Semplicità” sembra essere la parola cardine, a tratti così viva da sembrare urlata, eppure per lo più solamente sottintesa, spontanea e naturale. I pittori anonimi non sono nati a tavolino con penna e calamaio, nessuna candela ad illuminare la mano intenta a vergare una dichiarazione di intenti. Se possibile anzi c’è l’esatto opposto. C’è un desiderio sereno di vedere sotto un’ottica migliore un posto che si chiama casa. Le considerazioni sociologiche sono un’analisi posticcia e successiva, e per molti versi fin troppo articolata.

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