Warka Water

Una nuova frontiera per la produzione di acqua potabile   di Alessandra Contessa (EN Version)

È stata inaugurata nel maggio di quest’anno la 15. Mostra Internazionale di Architettura a Venezia, intitolata Reporting from the front, a cura dell’architetto cileno Alejandro Aravena, conclusasi ormai da pochi giorni.
«Reporting from the front – spiega Aravena – si propone di mostrare a un pubblico più vasto cosa significa migliorare la qualità della vita mentre si lavora al limite, in circostanze difficili, affrontando sfide impellenti. O cosa occorre per essere in prima linea e cercare di conquistare nuovi territori. Vorremmo imparare da quelle architetture che, nonostante la scarsità di mezzi, esaltano ciò che è disponibile invece di protestare per ciò che manca».
La Biennale del 2016 ha quindi spalancato le porte a tutte quelle ricerche architettoniche in grado di esprimere un punto di vista differente, facendo del motto «Contro la scarsità di mezzi: l’inventiva» il proprio modus operandi.
Camminando per le vie dell’Arsenale si arriva ad un tratto al Giardino delle Vergini. Sembrerebbe essere giunti alla fine dell’esposizione, ma se si prosegue il sentiero che svolta verso destra, tra le fronde degli alberi è possibile intravedere una torre in lontananza. In realtà non si tratta di una vera e propria torre, ma di un’imponente struttura in bambù alta circa 10 metri. È il Warka Water, un valoroso progetto scaturito dalla mente dell’architetto Arturo Vittori, fondatore dello studio Architecture and Vision.
Durante un viaggio in Etiopia Vittori entrò in contatto con i problemi che affliggono ogni giorno le popolazioni africane, soprattutto la mancanza di acqua potabile, che costringe le genti locali a percorerre numerosi chilometri a piedi per l’approvvigionamento giornaliero, attraverso fonti acquifere il più delle volte malsane e causa di diffusione di numerose malattie. Da qui l’idea di realizzare un’opera che, a partire dallo sfruttamento dell’aria, attraverso il processo di condensazione dell’acqua nell’atmosfera, potesse produrre acqua potabile per i paesi del terzo mondo. Un simile progetto non poteva non essere scelto da Aravena come uno dei protagonisti indiscussi della Biennale 2016, la cui idea rivoluzionaria che ne è alla base rispecchia a pieno le caratteristiche richieste dall’esposizione di quest’anno.

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È un’opera infatti composta di semplici materiali, quali il bambù o il giunco per la struttura esterna, una rete in polietilene agganciata internamente e una cisterna per la raccolta dell’acqua, che può essere facilmente costruita dalle popolazioni autoctone in pochi giorni. Di per sé, la trasformazione dell’aria in acqua non è una novità nel mondo in cui viviamo: i deumidificatori presenti nelle case di molti cittadini sono uno dei più lampanti esempi di questo procedimento. La vera novità sta nello sfruttare processi del tutto naturali, come l’escursione termica, per ottenere lo stesso risultato, senza l’impiego di energia elettrica. Il funzionamento è pittosto semplice: la rete in polietilene, sostenuta dalla maglia reticolare di bambù, raccoglie le goccioline d’acqua presenti nell’atmosfera, facendole convogliare all’interno della cisterna situata al centro della torre, dove di conseguenza si raccoglie anche l’acqua piovana. Con pochi passaggi e sfruttando metodi del tutto naturali, si riescono a produrre anche 100 litri di acqua al giorno, valore che può variare in base alle condizioni climatiche e alla disposizione geografica.
Il Warka Water rappresenta dunque il simbolo di una nuova frontiera per lo sviluppo tecnologico in architettura, stravolgendo completamente il concetto comune di tecnologia, il più delle volte legato al mondo della produzione industriale. La Biennale di Aravena ha mostrato una vera e propria inversione di tendenza, volendo porre all’attenzione di tutti tematiche ambientali e sociali per troppo tempo subordinate ad un’architettura milionaria che certamente non rispecchiava i bisogni della società.
La povertà, i cambiamenti climatici, la deforestazione, la mancanza di acqua potabile, sono fenomeni che hanno messo in ginocchio il mondo intero, smascherando i danni prodotti dal consumismo e dalla globalizzazione, constringendolo ad un’inversione di rotta, necessaria per salvare le sorti del nostro pianeta. Purtroppo è ancora prerogativa di pochi mettere a disposizione il proprio ingegno e le proprie competenze per cercare di arginare questi tragici fenomeni. Arturo Vittori con il Warka Water ha però aggiunto quel tassello in più su una via tortuosa da attaversare, ma che può condurre a grandi risultati. A Dorze, un piccolo villaggio a sud-ovest dell’Etiopia, è stato già installato un prototipo funzionante, che oltre a garantire risorse d’acqua agli abitanti, è diventato un vero e proprio luogo di ritrovo ed aggregazione.

Un altro prototipo attivo, oltre a 13 esemplari realizzati per esposizioni, si trova a Bomarzo, presso l’abitazione dell’architetto; l’obiettivo da raggiungere è quello di riuscire a costruire molti più Warka, da posizionare nei luoghi più consoni, dopo specifici test sul campo. Sono in previsione installazioni in Colombia, in Nepal e ad Haiti. La difficoltà sta nel trovare un finanziatore voglioso di investire il proprio denaro e le proprie speranze in un progetto che potrebbe, non risolvere a livello globale il problema della mancanza di acqua, ma sicuramente contribuire alla riduzione dello stesso.
Come immagine rappresentativa di questa Biennale Alejandro Aravena scelse una foto raffigurante l’archeologa tedesca Marie Reiche in piedi su una scala in mezzo al deserto, intenta a studiare le linee Nazca. Un esplicito invito ai progettisti a non porre alcuna barriera tra sè stessi e l’infinito campo della sperimentazione architettonica, a guardare oltre i limiti apparenti di una società che può e deve aprire la strada a nuovi cambiamenti volti al rispetto e alla salvaguardia dell’uomo e dell’ambiente.
Da qui si ritorna al concetto ribadito precedentemente: «Contro la scarsità di mezzi: l’inventiva» e forse il Warka Water è uno dei progetti che meglio rispecchia il messaggio che questa Biennale vuole inviare al mondo.

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