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Riflessioni sulle frontiere tecnologiche del restauro tra passato e futuro   di Fabio Marcelli (EN Version)

Definire quale frontiera tecnologica attenda il restauro può essere complesso soprattutto perché il restauro «si nutre del dubbio e della conseguente ricerca» ed è soprattutto il tempo a delinearne via via i contorni. Il restauro attinge nell’esperienza e nella verifica del tempo attuando una continua ricerca che consapevolmente non mira alla definizione finale di teorie, metodi o tecnologie ma che si perfeziona sempre più nell’irripetibile identità di ogni intervento. Il rapporto tra restauro e tecnologia è uno strano rapporto in cui non mancano gli aspetti critici, un rapporto in fieri non privo di passi indietro – i cordoli cementizi sommitali o i silicati alcalini ad esempio – in cui costante è la discussione che proprio in virtù del sopracitato caso per caso, può stravolgere i valori teorici, metodologici e tecnologici, da positivi a negativi e viceversa; forse il restauro è la disciplina che ben esprime la radice etimologica di tecnologia: discorso sul saper fare.
Il termine tecnologia nel restauro assume valenze complesse venendo ad interessare un campo vastissimo di applicazioni che, più che altrove, si caratterizza nella multidisciplinarità propria del restauro. Spesso confusa con la tecnica, la tecnologia nel restauro rappresenta l’insieme di soluzioni che traendo spunto dalla tradizione si rinnova attraverso nuovi percorsi e processi. Alla multidisciplinarità si affianca la sperimentazione che, nel restauro, non deve disgiungersi dalla prudenza operativa del cantiere in un panorama di mercato in cui spesso affiorano prodotti che sembrano la panacea di ogni male.

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Museo di Castelvecchio, restauro di Carlo Scarpa. Foto di Paolo Monti – Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC. L’immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano.

Il restauro, inteso come progetto di conservazione, diventa frontiera esso stesso, crinale tra passato e futuro, tra storia e progettualità. Questo aspetto multiplo attiva, tra la sfera della conservazione e quella della tecnologia, consequenziali interfacce a diversi livelli: rilievo e diagnostica; metodi e materiali; adeguamenti tecnico-legislativi. Ognuno di questi aspetti presenta problematiche molte differenti tra loro ma che comunque afferiscono ad una specifica risposta tecnologica applicata al restauro. Nel rilievo le potenzialità del laser scanning 3D hanno creato una nuova cultura del metodo, spostando il momento critico del rilevatore da prima a dopo il processo di rilevamento, modificando radicalmente l’acquisizione e gestione dei dati. Le frontiere della diagnostica vedono sempre più lo studio applicativo di tecnologie che uniscano la minore invasività al maggior numero di dati, un esempio è l’applicazione dell’acustica alla diagnosi dei distacchi nei materiali multistrato con la creazione di quella che viene detta un’immagine acustica. Nel campo dei metodi e materiali due sono le principali linee di sviluppo: da un lato l’implementazione tecnologica di procedure storiche – connettori per il rinforzo di solai lignei, reti in fibra di vetro per la placcatura di murature, ecc. – a cui si affianca un sottogruppo rappresentato dai nuovi materiali – ad esempio il vetro strutturale – le cui caratteristiche, anche estetiche, li rende particolarmente adatti ad interventi di integrazione di parti strutturali sia come ripristino, sia nell’ottica di una nuova fruibilità, creando quello che Pane definiva «un felice contrasto invece di una falsa imitazione».

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Tempio-Duomo di Pozzuoli, restauro di Marco Dezzi Bardeschi. Foto di FAM1885 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55970492

L’altra linea di sviluppo trova ancora nella pluridisciplinarietà la sua principale chiave di lettura, in una sorta di globalizzazione tecnologica per cui sempre più materiali e tecniche nate altrove trovano sviluppi applicativi nel restauro: i laser per la pulizia dei depositi coerenti nascono da applicazioni industriali; così i teli riscaldanti usati per i pneumatici in Formula 1 vengono utilizzati per risolvere problemi di condensa; i batteri, già usati nei casi di sversamenti di petrolio, vengono addestrati a metabolizzare sostanze e agenti causa di degrado che sarebbe complicato rimuovere con altri mezzi e quando la sostanza finisce, muoiono senza lasciare conseguenze chimico-fisiche sul materiale; e le nanotecnologie, nate nell’ambito della fisica, rappresentano l’ultima frontiera nel consolidamento della pietra. Questo attingere da altre discipline ha anche un’altra spiegazione: il restauro è un settore di mercato molto ristretto, con scarso appeal economico per chi ha i capitali da investire nella ricerca, il restauro non offre quel bacino di successiva produzione che possa ripagare lo sforzo economico della ricerca come ad esempio la cosmesi. Ciò comporta che il restauro si trova costretto ad utilizzare materiali nati in altri settori con conseguenze operative rappresentate da un rallentamento nell’applicazione, a causa degli insufficienti dati sperimentali e da un’instabilità della disponibilità del prodotto la cui produzione è correlata all’effettivo settore di mercato di riferimento. L’area degli adeguamenti è la più delicata e quella che forse richiederà il maggior impegno futuro della tecnologia nel restauro. La sicurezza impiantistica, il superamento di barriere architettoniche, l’applicabilità di procedure per il miglioramento sismico, sono solo alcuni dei legittimi temi a cui un manufatto storico aspira in un intervento di restauro attivo, un intervento cioè che attui un’azione conservativa unita ad una ri-utilizzazione pratica che, qualunque essa sia, non può prescindere dal contemporaneo. Il problema non è semplice poiché spesso si tratta di esigenze estranee all’originalità dell’edificio ma che non possono essere negate per eccesso di conservazionismo ma vanno inserite in un naturale percorso diacronico del manufatto la cui attualizzazione, nel rispetto dei valori storico-artistici, costituisce uno tra gli elementi principali che ne garantiscono la trasmissione al futuro. L’integrazione sarebbe la via più auspicabile – come nel caso dei pavimenti o dei battiscopa radianti – ma non sempre ciò è possibile, allora in virtù dei caratteri di riconoscibilità e reversibilità propri del buon intervento di restauro, la strada percorribile è quella della sovrapposizione purchè anche questa venga affidata al processo progettuale del restauratore evitando che, come spesso avviene, l’adeguamento si trasformi in un degrado antropico che deturpa, con i suoi elementi, l’architettura sottostante. Come detto il reinserimento di un edificio nel circuito della fruizione e/o del mercato è un elemento che deve far parte di un progetto di restauro ma senza che l’aspetto prestazionale abbia il sopravvento, senza che l’efficienza tecnica e funzionale guidi l’idea progettuale per cui i caratteri storici e artistici devono rimanere fondanti.

Tempio-Duomo di Pozzuoli, restauro di Marco Dezzi Bardeschi. Foto di FAM1885 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=55970492

Questo breve excursus offre un rapido panorama sul sistema di interconnessioni giustapposte e sinergiche che caratterizza il rapporto restauro/tecnologia, ognuna delle quali ne esprime uno specifico aspetto ma tutte, dalla diagnostica sempre meno invasiva all’adeguamento impiantistico di una dimora storica, vengono unificate nell’imprescindibile rispetto dei criteri-guida fondanti il restauro: distinguibilità, reversibilità, minimo intervento, rispetto dell’autenticità.
La diade restauro/tecnologia ci porta d’istinto a pensare al come ma nel caso del restauro, e dei suoi probabili sviluppi, va fatta un’ulteriore riflessione che consideri il cosa. Le nuove frontiere del restauro vedranno innanzitutto nuove architetture da restaurare, architetture – moderne e contemporanee – le cui tecnologie e materiali sono completamente diversi da quelle storiche e di cui la maggiore conoscenza dei processi edilizi di produzione viene attenuata dalla mancanza di una verifica nel tempo sia della durabilità dei materiali stessi sia delle metodologie di restauro finora applicate. La tecnologia in tal senso, pur rimanendo all’interno del solco della metodologia consolidata della disciplina, potrebbe assumere sviluppi inaspettati. Si pensi in tal senso ai biocementi, calcestruzzi nella cui miscela sono presenti batteri endolitici capaci, già da oggi, di autoriparare microlesioni delle strutture. Un materiale innovativo che di certo modificherà la manutenzione e la durabilità del costruito ma che sta trovando margini di applicazione anche nel restauro proprio di quelle architetture caratterizzate da strutture in cemento armato; infatti parallelamente alla produzione di cemento autoriparante, in cui i batteri vengono miscelati in fase di costruzione, la ricerca sta sviluppando malte sigillanti ed sistemi di riparazione liquidi che rappresentano tecnologie innovative che potranno essere applicate sui danni in opere preesistenti.
Sarà la fine del restauro? Non credo, ma forse saremo in grado di restaurare i bastioni di Orione danneggiati dai raggi B, vicino alle porte di Tannhäuser.

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