Nuovi colori per la città contemporanea

Esperienze di street art e compartecipazione narrano di nuove periferie di Margherita Vicario

Affermatasi come uno dei maggiori fenomeni di controcultura del XX secolo, la street art nasce nei sobborghi della New York degli anni ’70, acquisendo elementi provenienti dalla pop art e dal graffitismo. Ben presto il fenomeno raggiunge anche l’Europa, diffondendosi nelle maggiori città. Qui, come in America, si impone come rottura delle regole di quel mercato dell’arte ufficiale che riempiva le gallerie e come arte di denuncia e volontà di rivalsa di chi viveva in quei quartieri e sobborghi più  periferici, luoghi di crescenti tensioni sociali e senso di emarginazione. Che sia per rivendicare attenzione o per protesta gli artisti di strada vedono nei muri degradati di periferia, nei sottopassi, nelle stazione e nelle fabbriche abbandonate, i luoghi ideali dove creare la propria arte, affermare la propria presenza e la  volontà di rivalsa esprimendo se stessi e lasciando così un messaggio visibile a tutti. BoaMistura, LuzNasViela, Vila Brasilândia, São Paulo, 2012, Beleza

Per questo, la street art sembra avere il suo più forte legame con quei quartieri figli dell’incontrollata espansione urbanistica del dopo guerra,  luoghi in cui si è manifestato il tragico fallimento delle periferie che hanno perso ogni accezione positiva per diventare quartieri dormitorio privi di servizi e infrastrutture. Per il messaggio che manda e per il suo modo di agire, la street art viene spesso considerata dalle istituzioni una forma di degrado da mettere a tacere in tutti modi. «Chi davvero sfregia i nostri quartieri sono le aziende che scribacchiano slogan in formato gigante sulle facciate degli edifici e sulle fiancate degli autobus, cercando di farci sentire inadeguati se non compriamo la loro roba. Pretendono di urlarci in faccia il loro messaggio da qualsiasi superficie utile, ma a noi non è mai permesso replicare. Se le cose stanno così, sono stati loro a scagliare la prima pietra e il muro è l’arma prescelta per controbattere». Così scrive Banksy, l’artista inglese dall’identità  misteriosa, che intorno agli anni 2000 ha portato sotto gli occhi di tutti l’arte di strada. Il crescente interesse del grande pubblico per questa forma d’arte ha cambiato la percezione che ne hanno istituzioni e critica d’arte, per i quali gli street artist sono diventati molto apprezzati e spesso ricercati. In alcuni casi, ruoli si sono invertiti: se alcune amministrazioni commissionano opere di grandi dimensioni, allo stesso tempo alcuni curatori di mostre cercano di raccontare l’arte di strada nei musei, decontestualizzandola completamente.
BoaMistura, LuzNasViela, Vila Brasilândia, São Paulo, 2012, Orgulho

Si sta diffondendo sempre di più l’idea che la street art possa divenire un motore di cambiamento delle zone periferiche degradate e che possa attivare nuovi processi di riqualificazione. Così, da controcultura e arte di denuncia, viene spesso trasformata in arte su commissione a servizio delle istituzioni. Ma questo nuovo e inedito binomio street art – periferie porta con sé alcune ambiguità, infatti, se da una parte la street art viene istituzionalizzata e commissionata, dall’altra viene ancora perseguitata arrivando quindi a stabilire un confine fra arte di strada legale e arte di strada illegale.

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