“La quarta torre”, quando il contemporaneo fa ri-vivere l’antico

Basato sul concetto di valorizzazione come rifunzionalizzazione della preesistenza e sviluppato secondo un linguaggio squisitamente inusuale ma rispettoso del contesto, il progetto del restauro del Castello di Saliceto (CN), tra gli interventi più innovativi degli ultimi anni, dimostra come sia possibile far coesistere le attuali concezioni architettoniche con i manufatti storici — di Antonio Amendola & Elvira Cerratti

Qual è la strada che un paese dovrebbe intraprendere per salvaguardare un patrimonio culturale di inestimabile valore? Molte strategie sono state discusse in risposta alla questione, da elusive proposte di attribuzione di maggiori risorse finanziarie pubbliche, fino ad un piano di dismissione di beni immobili di pregio artistico, con l’auspicio che più gestioni private puntuali possano vigilare meglio, anche per proprio interesse, su ciò che custodiscono. Fortunatamente, sul territorio nazionale alcuni enti locali virtuosi credono ancora nei valori culturali e identitari di ciò che abbiamo ereditato dalla storia, preferendo dedicare parte delle proprie disponibilità alla valorizzazione di immobili tutelati piuttosto che disfarsene, rendendosi talvolta inclini a scommettere su proposte innovative. Una delle opere più rappresentative di questo spirito è certamente il restauro del Castello dei Marchesi del Carretto a Saliceto (CN), firmato dagli architetti Massimo Armellino e Fabio Poggio nel 2009.

Medaglia d’oro alla prima edizione del Premio Internazionale “Domus Restauro e Conservazione”, l’intervento messo in atto da Armellino & Poggio si distingue ancora oggi per l’approccio singolare ma sensibile al tema della memoria storica.
Il programma del recupero, nato dall’urgenza di strappare all’abbandono il manufatto simbolo della piccola comunità di Saliceto, è fondato sull’idea di una riconversione funzionale della struttura volta ad assicurarle, dopo un primo restauro generale, periodici interventi di manutenzione: trasferire, dunque, servizi collettivi all’interno delle antiche sale, quali poli museali, laboratori musicali e auditorium, per reintrodurre attivamente il castello nella vita cittadina ed assicurargli un nuovo ciclo di vita. Il progetto è stato sviluppato in due direzioni apparentemente opposte, volte tuttavia al conseguimento di un risultato unitario, fedele ai principi del restauro contemporaneo della reversibilità, riconoscibilità e compatibilità dell’intervento. Se da una parte Armellino&Poggio hanno messo in pratica un rigoroso atto conservativo dell’organismo esistente, dall’altra sono intervenuti sul castello con l’inserimento di una grande e vistosa “protesi” lignea, dettato dalla volontà di conferirgli nuovamente la completezza formale perduta con la seicentesca mutilazione della torre orientale.

Il recupero della fabbrica originaria si è risolto essenzialmente in un’accurata pulitura delle superfici murarie, un generale ripristino delle pavimentazioni e dei paramenti particolarmente ammalorati, oltre ad un adeguamento degli impianti alle nuove funzioni, privilegiando sempre la leggibilità della stratigrafia del manufatto.

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