Il recupero e la poetica del guscio

.Ripartire dall’esistente: una pratica diffusa, che rimodella le città mutando una risorsa in una nuova natura. Tra i molti modi per farlo, spesso sono i luoghi stessi a indicare la strada da percorrere per dal loro una  seconda vita — di Andrea Filippo Certomà

Mi sono ritrovato spesso a domandarmi quale sia il confine che distingue un recupero da un riuso, da un restauro, da un risanamento. Sebbene si tratti di quattro processi nettamente distinti tra loro per intenzione e risultato, non risulta mai nettamente codificato il limite che ne definisce il campo. Tra i molti modi di intervenire sull’esistente si dipinge un policromatico affresco di modalità di intervento, in cui le linee si intrecciano, e si spengono. Uno di questi modi è cardine di molte distribuzioni architettoniche, un’incorporea a immanente invariante che dirige il processo compositivo: la politica dell’involucro.
Nell’intervento sulle architetture esistenti ci si pone il dilemma della distanza tra nuovo e vecchio, del perimetro di rispetto, fisico e concettuale. Operare su manufatti nei quali si è riconosciuto un valore, richiede la progettazione  del rapporto tra gli ambiti del “pre” e del “post”, prima ancora della progettazione dell’oggetto architettonico concretamente inteso. L’argomento è talmente spigoloso e colmo di ramificazioni da richiedere interpretazioni differenti per ciascun caso.
La biblioteca di Rush, in Irlanda, è il primo approccio di questo genere in cui mi è capitato di imbattermi. Una chiesa sconsacrata, St Maur, già sede di un centro per le arti, viene destinata ad ospitare la biblioteca. Qui sorge primo dubbio: è giusto chiedere a una struttura di farsi carico (letteralmente) di una funzione per il quale non è stata concepita? La risposta è naturalmente “no”, ma non è scontata in tutti i casi come potrebbe sembrare. Già capire questo, indirizza il progetto verso la politica dell’involucro. La funzione viene così creata all’interno della chiesa, appoggiata a una struttura indipendente, connessa all’esistente in pochi punti.  Sta in questa scelta la trasmutazione concettuale dalla la politica dell’involucro alla poetica del guscio: l’intenzione. La biblioteca di Rush è un volume complesso e spigoloso, disegnato per offrire scorci e valorizzare la parte interna di un guscio storico. I materiali sono un espediente per creare contrasto: la struttura metallica, il noce nero e il vetro, affermano la natura di ospite. Sebbene si tratti di un intervento cromaticamente massivo, riesce a trasmettere l’idea del silenzio, dell’entrare in chiesa in punta di piedi.

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