Geometrie astratte e colori forti, l’architettura di Ricardo Legorreta

.Un’architettura che racconta la vita, i suoni, i colori, la gente messicana. Progetti dalle forme astratte che fondano la loro essenza sul legame con il territorio che li ospita — Riccardo Franchellucci

 

Nasce dall’amore per il Messico e per l’architettura coloniale ispanica (fatta di forme semplici e colori accesi) l’opera dell’architetto messicano Ricardo Legorreta. Mentre nel resto del mondo il muro viene smaterializzato per fare spazio ad immense vetrate, Legorreta ne fa un elemento cardine della sua architettura.«Il muro nelle mie opere invita a percorrere tutta la costruzione tanto fuori quanto al suo interno, ci invita ad entrare, uscire ed ammirare la bellezza in tutti i suoi lati.»

Tutte le sue opere nascono intorno a volumi geometrici semplici (parallelepipedi, piramidi, cilindri e sfere), intorno a forme pure, fuori dal tempo. Guardando i suoi edifici non può, a noi italiani, che venire in mente Aldo Rossi. Sono  moltissimi gli elementi che accomunano l’architettura legorretiana a quella dell’architetto italiano, basti pensare al Centro Televisa (Santa Fe, New Messico, USA – 1998) con il suo grande pilastro angolare che ricorda il Kochstrasse di Berlino, o al Centro di Arte Visuale (Santa Fe, New Messico, USA – 1999), che con le sue bucature seriali ricorda il Cimitero di Modena. Evidente anche il forte legame con molte opera dell’architettura italiana degli anni ’70: i portici ritmati, le forme pure, la serialità delle bucature, l’utilizzo della luce. Tante sono le analogie con i porticati Gallaratesi di Aymonino o quelli della casa dello studente di Grassi. Quello che differenzia Legorreta però è l’uso del colore forte, vivo, acceso, colore che domina e diventa un elemento caratterizzante la sua architettura.

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