Casa minima: abbiamo realmente bisogno di “molto” spazio per vivere?

.Il consumo indiscriminato del suolo porta inevitabilmente ad una domanda cruciale: dove abiteremo quando avremo esaurito lo spazio? — di Guglielmo Armillei

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Era solo il 1978 quando i Talking Heads pubblicavano More songs about buildings and food: una perfetta parodia musicale di una società che si insedia, cementifica, mangia fino a scoppiare e quando ha finito tutte le risorse si trasferisce per logorare un’altra zona. Una metafora inquietante e attuale che nasce dalla domanda: quanto di questo consumo è dettato dalla necessità? Il consumo di suolo è un tema tornato in auge con Diogene. Questo progetto di Renzo Piano per un’abitazione di 6 m² (una casa minima), essenziale nel suo richiamo dell’archetipo della casa (quattro muri e un tetto spiovente)  completa di tutto, autosufficiente e trasportabile attinge la sua forza nella complessità tecnologica.

Di case analoghe a Diogene ce ne sono a bizzeffe. Alcune hanno la medesima missione di ridurre l’impatto dei consumi, come la nuova dimora del designer Alek Lisefki, che ha trovato nell’unità abitativa minima la soluzione verso una quotidianità meno stressante e più ecologica. Altre sono solo l’elucubrazioni bizarre di qualche folle, come la Roll It Home, la casa ecosostenibile che rotola, realizzata dall’Università di Karlsruhe. Ce ne sono decine, e in estrema sintesi mirano tutte all’autosufficienza energetica tramite dimensioni minime, materiali idonei e tecnologie ecocompatibili.

 

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