Bianco e restauro: il protagonismo del neutro

Scritto da Fabio Marcelli
Tradotto da Lucrezia Parboni Arquati (EN Version)

Il colore bianco è un veleno per un quadro, usatelo solo per  dettagli luminosi. Pieter Paul Rubens

Nell’immaginario collettivo il bianco è il non-colore, per la teoria dei colori invece il bianco è il risultato della sintesi additiva di tutti i colori quindi, al contrario, il colore per eccellenza. Non ci soffermeremo sulla diatriba tra Newton e Goethe, tra scienza e sentimento, anche perché la ragione vacillerebbe nel desiderio di condividere che un fenomeno naturale come quello dei colori, apportatore di intense emozioni estetiche ed emotive, non possa essere spiegato attraverso una teoria scientifica meccanicistica e, come il letterato tedesco, vorremmo stupirci quando «guardando un muro bianco attraverso il prisma, esso era rimasto bianco».[1] Strano colore il bianco, da un lato sembrerebbe privo di un proprio carattere, manifestazione cromatica stessa del vuoto che la tradizione popolare esprime in quel “come un foglio bianco”; dall’altro suprema sintesi dei colori, elemento primario e primigenio (Yang) sinergico al complementare nero (Yin) non a caso originato per opposta sintesi sottrattiva.
Qualunque essa sia la personale idea su di esso, oggi il bianco in architettura rimane spesso la scelta per esprimere i valori classici dell’antico, la purezza e la modernità delle forme, o comunque tutti quegli aspetti della poetica dello spazio connessi alla luce e all’assoluto. Questo rapporto tra colore e concetti mentali si definisce nel tempo attraverso degli snodi storici che, parallelamente, delineano le interfacce concettuali tra bianco e restauro.
Bianco e restauro si incontrano la prima volta agli inizi del Cinquecento con la scoperta del Laocoonte, in realtà non ne sono consapevoli, anzi il restauro non è neanche consapevole di se stesso (fino al Settecento il restauro come lo consideriamo oggi praticamente non esiste) ma la scoperta del gruppo scultoreo viene a rappresentare una importante tappa nel percorso di definizione reciproco. Il candido sacerdote abbaglia letteralmente gli artisti dell’epoca sancendo la vittoria della monocromia del bianco nel gusto estetico del tempo e del futuro in virtù di un’errata interpretazione che trasforma in scelta estetica gli effetti della permanenza sottoterra. Contemporaneamente il Laocoonte oltre che dell’equivoco esegetico sulla cromia classica, è anche protagonista paradigmatico di uno dei maggiori errori metodologici del restauro portato ad esempio ancora oggi e che rappresenta un tassello, anzi uno dei maggiori mattoni fondanti la definizione della disciplina, ma questa è un’altra storia che ci condurrebbe troppo lontano, torniamo invece ai nostri protagonisti che si incontrano nuovamente due secoli più tardi nel Settecento. Poco dopo la metà del secolo Winckelmann coi suoi Pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura autentica definitivamente il mito del bianco dell’antichità classica come simbolo stesso di quell’ideale estetico, in quegli stessi anni il restauro si trasforma da riuso a conservazione attraverso un processo di storicizzazione del passato che ha anche nel neoclassicismo uno dei principali elementi che sviluppano un nuovo sentire il passato ed una maggiore definizione del concetto di bene culturale in un’ottica di conservazione e trasmissione al futuro.

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20 x 25 cm. (1)

Il secolo successivo è testimone di un ulteriore incontro tra bianco e restauro[2], un incontro esemplificativo dei progressi che l’idea di conservazione stava facendo. Nel primo trentennio dell’Ottocento è ancora prassi comune l’utilizzo delle “imbiancature” come forma di restauro manutentivo, si applicavano leggere coperture di bianco di calce la cui purezza avrebbe ridonato splendore alle vetuste fabbriche, al punto che se ne auspica l’utilizzo su edifici come Palazzo Farnese, il Teatro di Marcello, il Colosseo e il Pantheon. Proprio in questi anni inizia un acceso dibattito tra i sostenitori e non di tale metodo, con posizioni che si oppongono alle scialbature riconoscendo il valore non solo alle “proprietà della costruzione”[3] che sono «i più bei compartimenti che danno all’edificio una specie di ricchezza» ma anche alla patina che Boito, negli stessi anni, definirà “il colore del tempo”, posizioni che testimoniano una nuova sensibilità nell’analisi del degrado in cui i semplici depositi superficiali sono distinti dalla naturale alterazione dei materiali, nella ricerca di forme di pulitura che preservassero quest’ultima.
Passa un altro secolo e il bianco vive un secondo rilancio concettuale con il Movimento Moderno che ne fa un segno linguistico nell’estetica della nuova architettura. Ma se nel Settecento la comune matrice nella riscoperta dell’antico lo aveva avvicinato al restauro, ora le strade divergono nella ricerca che il Movimento fa di forme che l’affranchino dall’uso degli stili e degli ordini del passato e dalla storia stessa in generale, Gropius nella sua Bauhaus escluderà programmaticamente l’insegnamento della storia e il risultato sarà la perdita di interesse per gli edifici del passato e di conseguenza per il loro restauro[4]. Malgrado questo allontanamento disciplinare negli sviluppi attuali il restauro farà propri quei valori espressivi di contemporaneità e purezza dei volumi che troveranno applicazione soprattutto negli aggiornamenti volumetrici di edifici esistenti, atteggiamento che riconferma il bianco come colore degli opposti: espressione cromatica dell’antico ri-trovato prima, cifra stilistica del moderno ora.

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Attraverso questi percorsi storici fatti di esperimenti, scoperte e riflessioni il bianco arriva fino a noi colorato di significati contrapposti e complementari, acquisisce nel tempo quelle valenze espressive che il restauro mutua in una sorta di layers sovrapposti e sinergici ma che comunque sono riferibili a due grandi famiglie d’intervento: il reintegro e l’innesto. In queste due macro aree il restauro trova nel bianco il supporto cromatico ai dettami della disciplina: il bianco antico quando si voglia ricucire uno strappo della storia, il bianco moderno allorché si voglia operare un innesto nella storia. Nel primo caso il restauro attinge ai canoni di neutralità, purezza, riflesso dell’antico; nel secondo a quelli di contemporaneità, definizione stereometrica dei volumi e proiezione del moderno ma in entrambi i casi si esprime il valore critico della distinguibilità, valore fondante del restauro introdotto da Boito nel 1883 e che lo stesso illustra parafrasando un proverbio cinese: vergogna ingannare i contemporanei, vergogna anche maggiore ingannare i posteri.[5] Distinguibilità e ripristino dell’unità figurativa sono tra le principali chiavi di lettura del rapporto tra il bianco ed il restauro, ma se nell’innesto sull’antico la scelta cromatica appare congruente espressione di una giustapposizione di linguaggi diversi all’interno di un auspicabile percorso diacronico attivo nella vita del manufatto, nel caso delle integrazioni lo stesso bianco appare, alle volte, prevaricare la storia diventando il protagonista visivo nel risultato finale. Il bianco spesso diventa la strada più semplice e collaudata nel ripristino ma la ricerca di soluzioni che lavorino su diverse tessiture di materiali simili o sull’euritmia di materiali diversi potrebbe dare in alcuni casi risultati migliori, perché «sebbene sia bianco il signore degli elefanti bianchi … e bianche le pietre che i pagani antichi donavano in segno di gioia … bianche … come i veli di sposa, l’innocenza, la purezza … sebbene sia associato a quanto di più dolce, onorevole e sublime … niente è più terribile di questo colore, una volta separato dal bene».[6]

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[1] J.W.Goethe, Goethes Werke, Weimar, Bd. 4, p. 295

[2] Sull’argomento si veda: O.Muratore, L’uso del ‘bianco’ nel restauro architettonico a Roma nel XIX secolo, in “Bianco. Forme e visioni di architetture senza colori”, Opus Incertum, nuova serie, anno II, 2016, pp. 94-103.

[3] F. Milizia, Principi di architettura civile, a cura G.Antolini, Milano, 1847, cap. III, parte terza.

[4] Diversa sarà la linea del Razionalismo italiano dove tra gli anni venti e trenta del secolo vi sarà un ritorno ai valori estetici e compositivi del passato soprattutto nelle opere pubbliche, riflesso del regime politico.

[5] C. Boito, incipit de I nostri vecchi monumenti. Conservare o restaurare?, in “Nuova Antologia”, vol. LXXXVII, 1886, p.480.

[6] V. Capossella, La bianchezza della balena, in “Marinai, profeti e balene”, 2011.