“Bianco Architettura”

Nuova forma di colore o vecchia accezione della forma? –  scritto da Marco Biondi e Vincenzo Fresta, tradotto da Agnese Oddi

L’architettura, fatto plastico e astratto, è incolore o, se si vuole, acolore. La possiamo “ideare” secondo colore (o colori) e materia (o materie), ma se la dobbiamo considerare o giudicare puramente come architettura: nell’essenza architettonica, nella validità architettonica, la consideriamo acolore. Come la scultura. Come il fenomeno, volumetrico, del cristallo. Quindi è naturalmente bianca. Gio Ponti, Amate l’Architettura, 1957

Ponti ha ragione: l’architettura, in quanto processo creativo, è anzitutto astrazione, come Leonardo da Vinci dice della linea, ossia quell’invenzione che permette di creare un’altra astrazione che è il disegno. Anche l’essenza architettonica si risolve nel disegno e nel modello.
La metafora del cristallo vuole poi esprimere ideali di purezza, incanto, rarità, incorruttibilità, ordine, insieme a proprietà di durezza, durevolezza, compiutezza. Esprime una ricerca di essenzialità degli spazi, di cui Mies van der Rohe fu fautore. Architettura significa anche costruire nello spazio e nel tempo: come il cristallo, ha un legame con la terra e incorpora la memoria, che nell’immaginario collettivo appare dai toni neutri.
Reminiscenze e retaggi territoriali ci portano a vedere l’architettura come un cristallo di alabastro dall’affascinante aspetto bianco-trasparente, che contraddistingue la varietà presente nella zone di Volterra e Castellina Marittima: la specie più pregiata in Europa, forse non a caso proprio per la qualità cromatica. L’accostamento non è però banalmente cromatico, l’affinità è concettuale: come l’architettura nell’accezione di forma artistica, anche l’alabastro usato dagli Etruschi per sarcofagi e urne cinerarie indicava un riferimento all’assoluto. Ma consideriamo soprattutto l’impossibilità di quel minerale di tradursi in realtà architettonica: analogamente l’identità dell’architettura è di essere altro dalla realtà materica. Associare una caratteristica cromatica a un concetto, alquanto nebuloso come l’architettura, manifesta la comune predisposizione a imprimere un “carattere” alle cose sulla base di un richiamo, di un ricordo o di una sensazione. Questa si lega all’espressività della forma, ossia alla capacità intrinseca di manifestare significati, sentimenti, emozioni: un po’ come quando attribuiamo una fisionomia agli edifici e li definiamo austeri, forti, allegri, cupi.
Dal punto di vista fisico il bianco è un neutro, vale a dire acromatico in quanto non produce il fenomeno di scomposizione della luce. Il bianco è quindi un non colore: se poi ammettiamo che l’architettura sia acolore, secondo un procedimento sillogistico il bianco è architettura. Il viceversa è vero in parte: che l’architettura sia naturalmente bianca è condivisibile ma, a rigor di logica, potrebbe essere anche nera o grigia, e talvolta lo è.

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Perché non provare a immaginare allora un tipo di bianco che si addice all’architettura?
Il tentativo, o meglio la sfida, è indagare che cosa potrebbe essere il “bianco architettura”. È pratica piuttosto comune, che risponde a una necessità prettamente umana, quella di codificare ciò che ci circonda. Basti pensare alla scala di colori RAL, con cui sono normalizzate le gradazioni per associazione del colore principale prevalentemente con elementi o oggetti esistenti in natura. Del bianco questa scala individua una gamma piuttosto varia: perla, crema, grigiastro, segnale, puro, traffico, papiro. In prima istanza si potrebbe, richiamandosi a quanto detto, far coincidere materialmente il bianco architettura con il bianco puro. Ma non è questo l’intento. In pittura, laddove il bianco è considerato un colore, molte sono state le sperimentazioni basate sul rapporto tra figura e sfondo, per astrarre il concetto di bianco svincolandolo dal suo uso prettamente “tonale”: lo spazio quadrato mentale e invisibile di Kazimir Malevic, i sottili rilievi geometrici di Ben Nicholson, le increspature di Piero Manzoni quali segni che rivelano altre cose, le fenditure irrigidite di Lucio Fontana, gli assemblaggi scultorei fuorvianti di Louise Nevelson. L’architettura porta con sé aspirazioni, bisogni, simboli, idee, segni, tecniche, professionalità: tutte suggestioni che, nella loro concreta manifestazione, sono colorate, a differenza della matrice concettuale.
Il bianco architettura è un racconto di questa ricchezza, ed è quindi non una tonalità ma la vera essenza del non colore-onnicolore per antonomasia. Come racconto è un divenire in cui possiamo continuamente ricercare tracce, contenuti, errori dell’opera architettonica. Il bianco architettura corregge ma non nasconde gli errori. È però anche il momento più alto del racconto, del tortuoso processo di fantasia e ragione che accompagna un fatto architettonico: bianco come l’estasi di una visione.
Goethe asserisce: «il bianco è il mio tentativo di acuire la percezione ottica nell’architettura e di potenziare la forza delle forme visive».
Se il colore è percezione visiva della luce, il nostro bianco è il canale percettivo dell’architettura. In essa coesistono forma e funzione: in quanto forma, seguendo il nostro ragionamento il bianco può esistere anche come il colore della forma. Non la forma reale o disegnata, ma la forma percepita: forma-concetto che viene compresa attraverso un processo di astrazione: la percepiamo anche se fisicamente non presente come i margini  del triangolo di Kanizsa.

Il bianco architettura è sì un non colore, ma probabilmente è sempre esistito anche come quel colore, non esperibile ma percepibile. La sua percezione dura un attimo, ma il suo segno è indelebile, come la vera architettura che è fatta per stare e restare: vuole perpetuità secondo Palladio. Un colore è più puro o saturo se contiene meno bianco. Il bianco architettura, al contrario, è più puro se contiene più bianco ovvero più architettura. Il bianco architettura tende alla chiarezza della forma attraverso una serie graduale di passaggi progettuali.
Il colore della forma è bianco perchè essa esprime l’esistenza architettonica, ovvero il cuore pulsante che deve essere “ascoltato”, come insegna Kandinsky, cioè percepito. Il pittore russo sostiene che la forma ha come elementi fondamentali il punto, la linea e la superficie: a essi può essere aggiunto il colore? Se pensiamo alla casa bianca bianca del Pascoli nella poesia Il Lampo, la rappresentazione della casa è data esclusivamente dal colore. C’è un che di poetico nel bianco architettura. Questo colore ha in se stesso il proprio complementare, come in architettura allo spazio vuoto si attribuisce una densità complementare al pieno. Immaginiamo il bianco architettura, allora, come il “colore” indefinito con cui rappresentare un’ipotetica costruzione di alabastro, la quale restituisce sprazzi della luce che tenta di attraversarla: in sostanza un’utopia che, proprio nella sua irrealizzabilità, palesa la vera identità ideale. E in ciò esprime al contempo la propria forza e fragilità. Il bianco architettura non è difatti facilmente rintracciabile: è lo specchio invisibile per imparare a vedere l’architettura, che è l’indicatore per monitorare lo stato di una civiltà. Starà alla fantasia e alle capacità degli architetti trovare il proprio bianco architettura: che rifletta le esigenze della società e serva per dar colore alla vita dell’uomo, nutrendone intelletto, anima e sogni.

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