Archigram e le città “nomadi”: dagli anni ’60 uno sguardo al futuro

.Un gruppo di architetti con un obbiettivo: la comunicazione astratta. Un’intersezione tra cultura popolare inglese e fiducia nelle nuove tecnologie a servizio della società — di Ines Cilenti

 

Archigram è un gruppo di progettisti londinesi d’avanguardia che tra il 1961 e il 1974 ha avuto un futuristico slancio, ispirato da architetti come Sant’Elia, Füller e Friedman. Spetta a questo gruppo il merito di una significativa spinta verso la progettazione sperimentale di città mobili.

«È previsto che la nuova forza sociale sia il nomadismo; dove il tempo, i cambiamenti […] rimangono in stasi; dove il consumismo, lo stile di vita […] diventano programmate» – David Greene.

Gli stessi nel ’61 fondano una rivista che prende lo stesso nome, Archigram. È forse un caso che il magazine nasca nell’anno in cui il cosmonauta Yuri Gagarin divenne il primo uomo nello spazio? Questo fermento scientifico in architettura genera un’idea di progresso inedita. Archigram non raccoglie una riflessione sullo spazio, ma attraverso la grafica, il disegno tecnico e il fumetto, riesce a costruire uno spazio progettato al cui interno sembra possibile la vita. In evidenza sulla copertina del quarto numero della rivista, nelle vesti di architetti super-eroi, troviamo ritratti gli stessi ideatori: Warren Chalk, Peter Cook, Dennis Crompton, David Greene, Mike Webb e Ron Herron. Questi ebbero il merito di proiettare in ambito architettonico i cambiamenti radicali di un mondo in fermento verso il futuro.

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