Abitare Surreale Visionario Virtuale

Intervista al Prof. Cristiano Toraldo Di Francia – scritto da Valentina Radi

Filottrano [MC] 19 settembre 2017
In arrivo alla città di Filottrano, scendendo per la vallata, mi addentro per una nascosta e accogliente via, un contesto dai tratti familiari e sereni. Suono al numero di quella casa a schiera in mattoni indicata. Apro un cancelletto sormontato da una deliziosa alberatura, scesi pochi gradini e poi una corte. All’ingresso dello studio un collaboratore, dai modi cortesi m’invita a sedermi ed attendere l’arrivo del Prof. Cristiano Toraldo di Francia. Passano circa venti minuti, ero di spalle, sento schiudersi quella porta finestra da cui prima ero stata accolta. Mi giro, «piacere Valentina», «piacere Cristiano. Ci diamo del tu? Posso offrirti un caffè?».
E qui inizia la storia.

Il Prof. Toraldo di Francia permette di spiegare perché desidero intervistarlo e da quali percorsi di ricerca sull’abitare nasce l’esigenza di porre a lui dei quesiti che riguardano teorie del progetto contemporaneo. E quanto fosse importante conoscere il suo punto di vista essendo il fondatore del movimento che ha modificato profondamente il pensiero dell’architettura internazionale dalla seconda metà del ‘900 e di cui oggi si continuiamo a vedere i frutti, Superstudio. Le riflessioni di quest’occasione ruotano attorno a tre parole: visionario, surreale e virtuale. Cito altri termini oggetto di recenti riflessioni, mediterraneo, che guida tutte le ricerche, bianco ed inganno e dalla seconda rimane incuriosito. Parole che appunta a matita su una busta bianca da lettere appena aperta.

© Prof. Arch. Cristiano Toraldo Di Francia


Prof. Cristiano Toraldo di Francia, come Superstudio avete indagato i bisogni elementari i desideri e i sogni delle persone. Quanto è importante fare questo oggi? È tempo secondo lei di una nuova avanguardia?

Leggo le parole che mi suggerisce, visionario, surreale e virtuale. M’incuriosisce il bianco, fra le altre che lei citava prima dell’intervista, mi faccia avere le sue riflessioni m’interessano!
Tornando a visionario, ognuno lo può leggere nel tempo presente o di avvenire. Visionario è frutto del sistema della propria epoca. Esempio ne è il Barocco dove il poeta deve sorprendere, ovvero generare qualcosa di stupefacente, come frutto del presente. Questo stupore noi volevamo portarlo dentro le case, quelle delle buone famiglie, per sconvolgerle e suggerire loro le possibilità e la libertà di creare. Un’alternativa alla borghesia dei diktat.
Con l’esperienza del gruppo avevamo il sogno di creare un’azione di opposizione, che stimolasse a riflettere culturalmente, creare un’alternativa all’utopia comunista del pensiero, anche se questo non era cosa semplice.

La situazione sociale e politica in quegli anni era chiara, vi erano nette differenze economiche e sociali fra uomini e lo Stato era in crisi.
Oggi quest’ultimo mantiene dei regimi di equilibrio e la società è monoculturale, l’economia organizzata e globalizzata e le classi sociali si sono fuse.
Alla fine degli anni ’60 abbiamo voluto lavorare sulla volubilità e le contraddizioni di cui eravamo circondati. Da qui l’esperienza della Superarchitettura.
Oggi si lavora per cercare di rivestire e dare energia ad una mono società addormentata cercando di sorprendere. Esempi ne erano già l’arte povera promossa dal curatore Germano Celant con un successo internazionale. La Nouvelle Vague francese dei film maledetti, che disprezzavano ogni regola come uno sgambetto al dogma. Per passare alla moda del rozzo, del trash che sarà anche questo un modo per generare stupore, nella vita del quotidiano.
Nelle esperienze più recenti dei miei studi porto l’analogia fra l’architettura che fa l’abito e l’abito che fa l’architettura. Ovvero il riutilizzo ed anche il diverso impiego dei materiali dell’architettura come stoffe da indossare e viceversa. Poiché alcuni materiali sono sempre più naturali e vicini a tessuti che l’uomo può indossare.
Un ambito in cui si opera una decostruzione critica. Una visionarietà provocata e stimolata, da una moda che cambia sempre più velocemente, se pensiamo che si creano tre o quattro collezioni l’anno, studiate dall’anno precedente.
Il sistema attuale e futuro necessita ciclicamente della propria decostruzione, per indurre a nuovi desideri e nuove forme. Si deve sconvolgere ogni volta il modo di vita domestico, perché questo, dopo poco tempo diventa normalità. Non vi è un’esigenza di avanguardista oggi perché con questo approccio tutto è avanguardia.

Nell’attuale tecnicismo si ritrovano valori di una città civile, capace di trasformarsi senza perdere il suo patrimonio di bellezza e umanità? Che significato da alla bellezza, termine oggi molto utilizzato?

Oggi è il tempo dell’antigrazioso, che è il contrario del bello. È il tempo dell’artificiale per omologare, al fine di un consumo sicuro. La bellezza è identità nella diversità, fisica e spirituale. Perciò anche uno storpio è bello.
E ritornando al confronto con la moda, si producono vestiti realizzati con fibre naturali organiche che dopo poco ammuffiscono e si stabilizzano. Questo ci consente nel breve tempo di riflettere e vedere una trasformazione. Riconoscere ed accettare in essa la bellezza di ciò che è diverso e cambia.
Un insegnamento vero che danno le piante, la cui diversità e complessità va compresa e studiata, perché esseri viventi la cui esistenza nella storia è temporalmente più lunga di quella dell’essere umano. Organismo vivente indispensabile alla vita dell’uomo e all’equilibrio del pianeta, che ci dimostra l’importanza della non omologazione di bellezza e ci insegna la necessità di comunicazione.
Ce ne descrive ogni opportunità Stefano Mancuso nei suoi testi La rivoluzione delle piante e Verde brillante ed il loro possibile rivoluzionario impiego nell’abitare.

L’albero come struttura della casa e la città che custodisce l’albero. In una semplicità che associo al minimalismo delle architetture spontanee del sud Italia, dalla forma a cubo, bianche, con tetto orizzontale e che eventualmente presentano una volta a botte. Un equilibrio nel contesto naturale.
Arriva solo in periodo recente lo studio e il progetto del paesaggio. Nel passato gli alberi, antichi e grandi, non erano preseti nella città, si consideravano elementi da togliere per fare spazio. Il loro impiego era marginale, come tutore delle viti, per il baco da seta, per dare da mangiare agli animali e come luoghi di riparo e ombra.
Oggi la visionarietà si può riflettere nell’albero come casa, ciò a cui la scienza ci sta conducendo, ed il riappropriarsi di parchi ricchi, come quelli fiorentini che solo dall’ottocento sono stati resi più accessibili. Come quello di Palazzo Pitti o i giardini di grandi ville, luoghi unici e preziosi dentro la città, custoditi gelosamente da privati.
La bellezza per me non esiste.

© Superstudio, Monumento Continuo (Piazza Navona), 1970, fotomontaggio, 29 x 50 cm courtesy Superstudio e pinksummer, Genova

L’uomo nel confronto con la natura, secondo lei ha l’ossessione di occuparla, confonderla, inghiottirla virtualmente, nonostante dica di volerla rispettare? Dal pensiero come visione, alla realtà come oggetto?

Noi avevamo il pensiero di un’unica città, manifesto ne era il Monumento Continuo ed i suoi modi di utilizzarlo erano interpretati dai riferimenti dati dagli Istogrammi. Disegni realizzati con la tecnica di fotomontaggio e tecniche di litografia, erano veicoli di comunicazione, poi diventati anche oggetti d’arte.
Tali immagini erano novelle, racconti su una realtà resa visibile portandola al limite, nell’area del nostro sistema. Seguivamo il paradigma di quantità e qualità. Dicendo basta alla forma che segue la funzione.
L’immagine di quelle che saranno poi le gradi conurbazioni come avvenuto in Emilia Romagna o che legano Boston, New York e Washington. L’obbiettivo di una grande estensione lineare o una grande superficie continua in un processo di concentrazione.
Monumento Continuo oggi reinterpretato da Nadia Hironaka e Matthew Suib come Routine Maintenance. Raccontato con un filmato in cui la riproduzione virtuale di una delle note viste e ambientazioni ci mostra una interpretazione rispettosa del primo disegno a cui si aggiunge l’uomo manutentore ed un uccello, animati che con esso interagiscono.
Il futuro è un futuro cittadino condiviso. Quello della città infrastrutturata. Comunicazione e condivisione come vita.

Il Movimento Continuo, all’apparenza surreale, è concreta espressione di quello che avverrà nella realtà dopo Superstudio. È ancora il futuro?

Nella fase terminale di Superstudio, dopo il Monumento Continuo, abbiamo le Città Ideali. Le utopie erano assunti negativi. Delle critiche per smascherare delle verità e le sue direzioni. Oggi diciamo no all’utopia visionaria.
Prima degli Istogrammi abbiamo creato la Superarchitettura che doveva entrare nel panorama domestico e perbenista, con colori nuovi accesi, assimilabili a quelli di un parco divertimenti. Lo sconvolgimento nasceva dal fatto che le poltrone erano senza struttura e le lampade erano corpi che si mostravano senza suggerire la propria funzione. Non erano oggetti “trasparenti”, ed il cliente era chiamato a scoprire l’una o le più funzioni. Significò colorare tutta l’architettura, per risvegliare le capacità creative della persona.
Il nostro riferimento è Benjamin, che attribuisce all’arte il valore di generare shock, quindi lo sviluppo delle capacità critiche creative. Attraverso il Grado Zero e la Supersuperficie, i sensi esplodono sulla griglia, l’architettura era come una superficie terrestre cablata, che diventa superficie di vita libera da vincoli.
Dall’uomo di Vitruvio, all’uomo Meccanico, all’uomo Libero, nelle ultime riflessioni di Vita, Educazione, Cerimonia, Amore e Morte.

© Superstudio, fotografia, Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia Gian Piero Frassinelli, Alessandro Magris, Roberto Magris.

Pensieri, di Valentina Radi

Durante una ricerca, in un incontro casuale, irrompe la prepotente forza di un’immagine; era il Monumento Continuo. Ogni volta è un sussulto emotivo vedere la sua imponenza che si staglia su contesti naturali ed urbani, con maestosità e fermezza. A suggerire un indefinito sviluppo, capace di sublimare alla percezione di effimero.
E d’istinto legai questa suggestione all’esigenza di comprendere che significato porta in se un abitare visionario, surreale e virtuale, partendo dalla più vicina conoscenza di chi lo ha interpretato formalmente, in pensiero e rappresentazioni nei più vicini anni ’60, diventando simbolo di una avanguardia internazionale.
Generando visioni sopra la natura, di cose tangibili che solo per poco apparterranno alla fantasia. La cui surreale percezione esce dal controllo della ragione estetica e morale, ed attraversa la realtà per invadere l’intimità del sogno. Allusioni virtuali all’imminente arrivo di nuove verità.
Un percorso di formale confronto fra la potenza di vita di paesaggi della terra e di città e la nuova azione dell’uomo che l’attraversa. Un’intervista alla coscienza ed intima sapienza di ogni individuo, che si compie per immagini, sulle quali aprire e rivolgere gli occhi del pensiero. Un chiaro scontro, forse critico, fra realtà ed opportunità. Disegni in cui identificare il rispetto, l’essenzialità e l’importanza di continuità del ciclo di vita di ogni organismo vivente e quella di evoluzione dell’artificio e trasformazioni prodotte dall’uomo, a suo beneficio. Percorsi paralleli, che non conoscono cedevolezza, ma che possono avvicinarsi e nutrirsi di momenti ed azioni di scambio, comunicando, per continuità organica o elevandosi alla pura astrazione. Con un fine etico e di qualità del vivere.
Un dibattito energico, sulla teoria e sulla produzione, che si genera per raffigurazioni bidimensionali di Città Ideali, Istogrammi, o Superimmagini monumentali, nella cui eleganza ed essenzialità è ricercata la suggestione d’impatto, l’incontrollabile stupore e l’illusione di abitare quei luoghi, che possono apparire non reali, essendo già opera d’arte. Sembra concretizzarsi l’idea che descrive Adolf Loos “[…] Soltanto una piccolissima parte dell’architettura appartiene all’arte: il sepolcro e il monumento”. Il diretto esempio è proprio il Monumento Continuo, che come arte non ha bisogno di piacere, pensa al futuro, toglie certezze e nasce per un bisogno collettivo.
E raffigura, ideali di continuità, creatività che ad oggi sono diventati viva e produttiva realtà nel progetto urbano dalle gradi conurbazioni emiliane e statunitensi e la concreta espressione dell’architettura fatta di spazi ed oggetti d’arredo le cui forme e colori rendono giocoso scoprire per quali usi sono stati ideati.
Un ponte tra reale e surreale, che stimolano l’uomo come attivo protagonista, capace di scegliere, creare, decostruire per poi ricomporre la materia in qualcosa di sempre nuovo, in un processo perpetuo.
Azioni che si confrontano concretamente con la nostra vita, nel suo sviluppo nel tempo, da un inizio a una fine materiale o vista per la sua eternità spirituale. Un processo saldo e precario, in un percorso a tempo definito o illimitato, se visto dalla prospettiva individuale nella collettività o quella di umanità. Strumenti che stimolano lo sviluppo di nuovi modi di abitare e che trovano spazio nell’esigenza di soddisfare i bisogni impliciti e latenti dell’uomo.
Lasciando ampi margini d’interpretazione come la casa albero, leggera, liquida, rifugio, dedicata, piccola, mediterranea, continua, ecc. comunque imprescindibilmente legata alle origini degli insegnamenti della storia che ci lascia in eredità dei modelli diffusi la cui semplicità, sono un distillato di etica, efficace sapienza costruttiva ed efficiente capacità di soddisfare le esigenze del vivere dell’uomo in armonia con il contesto naturale. Ed ecco che riappare l’immagine del Monumento Continuo, guida di una continua avanguardia che nella sua illimitata estensione, rievoca l’inafferrabile trascorrere del tempo e della vita.
Quella continuità contemporanea che si concretizza nel ricucire le ferite derivate dall’incontrollata produzione edilizia della seconda metà del ‘900, che ha lasciato grandi vuoti dovuti alle voraci azioni umane o agli imprevedibili eventi naturali, per risignificare, riconnettere e densificare le città ricostituendo un unicum fra centri e periferie. Azioni di un abitare che si estrinseca nelle concrete esigenze di ri-generazione e ri-costruzione urbana, sociale, economica e soprattutto ambientale. Azioni dalla grande alla piccola scala di edificio, volte anche a migliorare l’uso delle risorse di energia, suolo e acqua. Dando completezza e continuità alle nuove e rinnovate comunità, creando e migliorando la qualità di vita delle relazioni umane, di servizi anche attraverso la qualità della nuova architettura.

Superstudio, Quinta città, Città delle Semisfere, 1971, fotomontaggio, 49,7 x 69,8 cm. © MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma. Collezione MAXXI Architettura, Archivio SUPERSTUDIO

Un abitare continuo, sotto un profilo geografico a scala urbana e nella casa, che si rivela nella qualità delle relazioni fra il mondo esterno e quello interno degli spazi di vita dell’abitazione, integrati ai network di permanenti connessioni virtuali con l’intero pianeta. Una continuità sociale fatta di relazioni umane, innovazioni e creatività condivisa. Attraverso cui l’individuo può soddisfare le proprie esigenze di unicità e centralità, operando scelte e servizi prodotti a beneficio dell’uomo e del creato. Processo in cui l’uomo dovrà riprendere il legame inscindibile con la natura, valorizzandola e rispettandola, in quanto composta da saggi esseri viventi, che ci permettono di esistere e dalla cui biodiversità tutto ha origine. E dovrà prendere coscienza del limite temporale della propria vita, della mutevolezza del suo corpo, riconoscendo un tempo ultimo all’esistenza, la morte, che lo lega spiritualmente al creato.

In questo il Monumento Continuo definisce una continuità umana e spirituale, di cui non si conosce la fine. E potremo dire ch’esso non solo è continuo, ma continua nel presente e di lui si sentirà parlare nel futuro, poiché ieri come oggi rappresenta instancabilmente un’ideale di integrabilità ciclica e riconduce all’eterno dualismo, fra reale e spirituale, naturale ed artificiale in rapporto al tempo.
Suggerendo oggi processi progettuali e produttivi sempre più naturali o scelte d’azione che avvengono in una spontaneità surreale e visionaria, poiché tutto nasce da un approccio creativo, che fa capo alla consapevolezza e conoscenza scientifica tecnologica dell’uomo. È per questo che il Monumento ha bisogno della Manutenzione Continua, non come ricordo della storia ma come viva e contemporanea guida allo studio e al dibattito sullo sviluppo delle modernità. Un continuo monito a riflettere sulla vita dell’uomo, il suo rapporto con la natura, la qualità delle sue relazioni sociali, le bellezze che lo circondano ed il senso delle trasformazioni che quotidianamente imprime.
Nella trepidante attesa di conoscere quali saranno le nuove verità che ci sorprenderanno nelle visionarie profezie di questi ologrammi virtuali.

Leggi l’ultimo numero della rivista usando il widget sottostante… Oppure scaricala gratuitamente in PDF, cliccando qui!