Le visioni di Abelardo Morell

scritto da Diego Laurino
tradotto da Erika Bellè (EN Version)

La prima volta che mi sono imbattuto in una fotografia del cubano Abelardo Morell sono rimasto folgorato, non tanto perché in essa era presente un quadro del mio pittore preferito (La ricompensa dell’indovino, di Giorgio De Chirico), ma per il modo in cui quella foto rapiva il mio sguardo: i miei occhi si muovevano stupiti, indagando, lentamente, ogni dettaglio di quella magnifica composizione. La mia mente, poi, ha fatto il resto. Mi sono chiesto quale fosse il significato che si celava dietro ad una tale creazione, per quale motivo il fotografo avesse unito un layer capovolto di un esterno di un edificio con l’immagine chiara di uno spazio interno, quale opzione di fusione avesse utilizzato in post-produzione per fare in modo che l’immagine del fuori si stendesse così precisamente sull’arredo della stanza. Dopo qualche ricerca ho scoperto tutto il lavoro artigianale che c’era dietro a quella fotografia, l’idea visionaria del fotografo che dipinge immagini ai limiti del surreale attraverso la luce, la pazienza e la tecnica. Nessuna traccia di ritocco, nessun segno di Photoshop, quel risultato era stato raggiunto attraverso uno dei più antichi dispositivi ottici, la camera oscura, base della fotografia e pioniera della fotocamera. Già nel 1515 Leonardo da Vinci si riferiva ad essa e definiva tale processo come un mezzo per dipingere paesaggi ed edifici dal vero. Questo procedimento si basava sulla creazione di un unico foro sulla parete di una camera oscura, su questo foro veniva poi posizionata una lente regolabile; essa proiettava dunque un’immagine fedele e capovolta del paesaggio esterno sulla parete opposta. Tale meccanismo permetteva di copiare su un foglio appositamente appeso un’immagine estremamente precisa e veritiera del paesaggio che si trovava all’esterno.

«Chi avrebbe mai pensato che uno spazio così piccolo potesse contenere le immagini di tutto l’universo?»

Lo studio della camera oscura è molto antico. Già nel IV secolo a.C., Aristotele ne descriveva il funzionamento. Per la sua elevata precisione, fu utilizzata ampiamente dai pittori per impostare diversi quadri che davano problemi prospettici: pittori come Canaletto (la cui camera oscura originale si trova la Museo Correr di Venezia) utilizzavano la camera oscura ancora nel XVIII secolo; proprio lui, grazie a questo strumento, riuscì ad acquisire la sua celebre precisione “fotografica” nell’immortalare i paesaggi.
Abelardo Morell testimonia perfettamente il magico utilizzo che si può fare dello strumento, attraverso due dei suoi progetti più celebri: Camera Obscura e Tent Camera. Il primo nasce nel 1991, sperimentando le tecniche della camera oscura nel salotto della sua abitazione, andando poi ad occupare tanti altri ambienti interni in tutto il mondo. Li oscura totalmente e misura con attenzione la distanza tra la finestra forata e la parete che accoglierà l’immagine in modo da calcolare con esattezza il diametro del foro da cui dovrà entrare la luce. Così, e grazie a lunghe ore di esposizione servendosi di un apparecchio di grande formato, Morell riesce ad immortalare la proiezione del paesaggio che si vede fuori dalla finestra scelta, capovolto sulla parete opposta. Una fotografia all’interno di una fotografia, attraverso un antico processo artistico che sfrutta quella magia che la natura porta con sé e incanta.

Questo permette di capire «il matrimonio strano e naturale del dentro con il fuori». La punta della Torre Eiffel che si sdraia sulle lenzuola di un letto del Frantour Hotel, i colori dell’autunno di Central Park che colorano una scialba parete, il Pantheon; Piazza San Marco che anima un anonimo ufficio, il ponte di Brooklyn che avvolge un’intera camera da letto e Santa Maria della Salute che si adagia su una movimentata carta da parati.

Morell non smette però di sperimentare. Mosso da una grande curiosità di esplorare il paesaggio e di immortalarlo in maniera molto personale, inventa un dispositivo, metà tenda, metà periscopio, e inizia il progetto Tent Camera, per mostrare come l’immediatezza del terreno su cui camminiamo veicoli la nostra comprensione del panorama. «Volevo trovare un modo di trasformare queste visioni ben conosciute di posti iconici e familiari in mie scoperte private» scrive. Jamie M. Allen racconta ancora meglio il lavoro di Morell, spiegando che «le fotografie risultanti sono un mix di immagine e texture. L’immagine è quella di una vista panoramica comune; la trama, tuttavia, è derivata dalla terra stessa, il punto in cui si trova a sperimentare lo scenario. La copertura del terreno – sporcizia, tacchi, erba e sabbia – si trova generalmente ai piedi degli spettatori, ignorati a favore della vista. Morell, al contrario, lega il terreno alla vista panoramica, trasformando la geologia del paesaggio nella sua tela». Una camera oscura portatile, uno strumento che Abelardo userà in tutto il mondo, un mezzo per legare luoghi ed architetture con la terra su cui sorgono: il Battistero di Firenze, una vista su Roma, la Cattedrale di Rouen, la Torre Eiffel, il Golden Gate Bridge, Chicago. Luoghi totalmente differenti tra loro ma legati insieme da un punto di vista unico, unione del verticale con l’orizzontale, dei piani con le altezze, della terra con il cielo. La bellezza del suo lavoro sta nel suo punto di vista, nell’accuratezza con cui sceglie i luoghi che vuole descrivere, nel suo modo di creare visioni, nella sua esperienza nel trasformare un’idea in un’immagine completa.

«Includiamo spazio senza limiti in un quadrato di carta» scriveva il Lu Ji nel IV secolo. Anche se egli si riferiva al compito del poeta, queste parole formano l’ambizione di Abelardo Morell come fotografo, un incessante labor limae con cui si rimandano i sogni e le visioni del mondo a uno spazio più intimo, più personale, più ricercato, più umano.

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